La memoria corta_1

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Nel 2001 i quotidiani titolavano: “Siamo tutti americani”. Dopo gli attacchi dell'11 settembre. Difficile non esserlo. Siamo tutti con chi conta i propri morti.

Davvero?

Ecco i fatti.

I telegiornali (statunitensi e europei) cedettero all'emulazione (che è un principio giornalistico: tutti copiano tutti) e decisero di aderire alla “War On Terror”, la guerra contro il terrorismo. Spensero così il lume del giudizio critico. La guerra diventò un'avventura da cavalcare e da vivere in prima linea. Ciao fatti.

Che però sono questi.

L'Afghanistan subì per primo il nostro stare con gli americani. Se qualcuno avesse osato dire che il Paese ben presto avrebbe contato i suoi morti, si sarebbe preso del pazzo.

L'Afghanistan non era soltanto da conquistare: era da civilizzare. C'erano soldi da guadagnare.

Diventò così il paradiso delle buone intenzioni occidentali, che si misero in fila con i programmi virtuosi da importare: corsi di ceramica per le ragazze, di ricamo per i maschietti. Decine e decine di gipponi blindati delle Ong internazionali sfrecciavano per le strade di Kabul.

A nessuno venne mai in mente di chiedersi se non ci fosse, in tutto questo, una sospetta complicità con la presenza militare, e con i suoi obiettivi.

Giunse, nel 2003, il momento dell'Iraq. Lì c'era poco da civilizzare. Ci sarebbe stato da imparare. Ma: c'era Saddam.

Nel 2002, il Ministero dell'informazione iracheno offrì ai giornalisti stranieri la possibilità di visitare un sito (Al Furat) nel quale si sospettava venissero prodotte armi di distruzione di massa. C'erano quattro tecnici sfigati davanti a computer sfigati.

Un giornalista (famoso) del New York Times si mise a fare domande: “Dove cazzo sono le armi di distruzione di massa? Tiratele fuori!”. Per chi voleva capire, non c'era segnale migliore della campagna militare americana imminente.

Ricordo il responsabile della comunicazione irachena, un pezzo grosso: mi offrì di recarmi al Palazzo di Saddam Hussein e di filmare sotto i materassi. Rifiutai: mi sembrò una richiesta troppo disperata.

Soltanto dopo l'invasione filmai nelle stanze da letto di Saddam, quelle riservate agli ospiti di riguardo, nella villa di Tikrit semidistrutta dai bombardamenti: vi trovai (e filmai) decine di capi di biancheria non soltanto intima, più che intima: da urlo. Qualcuno si era divertito.

Nel frattempo, Bagdad bruciava, esposta al saccheggio tollerato dalle forze portatrici di democrazia.

Bruciava il resto dell'Iraq.

L'Occidente, più che aiuti umanitari e di sviluppo, più che carità e assistenza, più che Ong e compagnia bella, inviò soldati di ventura. I famosi “contractors”. Armati fino ai denti. Paghe stratosferiche per gente con abbastanza fegato (a posteriori) per farsi rapire e, in alcuni casi, ammazzare quando l'Iraq compì un altro passo verso la guerra civile.

Se parlavi con la gente, anticipavi il futuro. Il disastro che in parte si era abbattuto sul Paese non era nulla, ancora, se paragonato a ciò che sarebbe stato. (Continua)

(g.g.)