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Che suoneranno le campane invece che esplodere i petardi e i razzi ufficiali il primo agosto è, guardando da lontano, una buona cosa. Le campane non inquinano e, soprattutto, ci evitano di fare la brutta figura di quelli che per qualche minuto evocano i frastuoni di una guerra senza starci dentro. Anzi festeggiano. Sempre pensato.

Tuttavia: immaginare (come è stato suggerito) che le campane possano generare il tessuto di contenimento, di rinnovamento e di consapevolezza riconoscente di una società spaesata dalle sfide lanciate da Covid-19 è fuorviante. È anzi un'intrusione negli sforzi di chi chiede (in minoranza) una razionalizzazione dell'esperienza che tutti insieme stiamo affrontando.

La constatazione di quanto la scienza sia esposta all'ignoto (e all'assenza di risposte) dovrebbe spingerci a tutelare questo vuoto: poiché da esso nasce il progresso.

Riconoscere al sacro la possibilità di fornire una risposta non soltanto individuale (ambizione comprensibile), ma perentoriamente collettiva al nostro disorientamento equivale a privare quest'ultimo dell'energia capace di farne un passaggio auspicabile della vita.

E infine.

La contemplazione del vuoto andrebbe ricordata anche alla scienza, considerati alcuni dei suoi cedimenti a una poco modesta (e invadente) autocelebrazione: di categoria e individuale.

(g. g.)