Quando muoiono i giornalisti

© Screenshot Al Jazeera
In guerra, la vita di un giornalista non vale più della vita di un civile. Quando, però, i giornalisti vengono assassinati intenzionalmente e sistematicamente, come Israele sta facendo a Gaza, si impone la domanda: perché? La risposta più ovvia che circola anche questa volta è: per oscurare l’informazione. No, la spiegazione è un’altra.
Israele ha bombardato l’ospedale Nasser a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Ha assassinato diciannove persone, fra le quali quattro giornalisti. Una donna di 33 anni, Mariam Abu Dagga, è fra le vittime: scriveva anche per l’Associated Press.
Le Convenzioni di Ginevra proteggono i giornalisti nei conflitti armati, alla pari dei civili. Israele se ne infischia (non è il solo a farlo in guerra, ma non è questo il punto). Sin dall’inizio della guerra contro Gaza, civili e giornalisti sono considerati obiettivi legittimi.
Anche questa volta, la morte dei quattro reporter sta suscitando un certo scalpore internazionale, purtroppo sempre più fievole (gli operatori media assassinati nella Striscia dall’ottobre 2023 sono più di duecento).
Tralascio la giustificazione israeliana: non merita nemmeno di essere citata.
La spiegazione più diffusa fornita da numerosi media, colleghi e analisti è questa: Israele uccide i giornalisti per evitare che le immagini e i reportage da Gaza raggiungano il mondo intero.
Non ne sono affatto convinto e l’ho scritto anche nel mio libro Gaza. Dispacci dal dimenticatoio (Redea, 2024).
Moltissime immagini che ci arrivano dalla Striscia, infatti, sono realizzate da cittadini comuni e ci forniscono il quadro completo e attuale di una situazione terrificante.
Per Israele, assassinre i coraggiosi giornalisti di Gaza ha un altro, duplice scopo.
Il primo: mostrare che qualsiasi barriera di carattere giuridco e umanitario è ormai stata frantumata. Quando si uccidono i giornalisti non esiste più alcun limite, nessuno può sentirsi al sicuro. L’obiettivo è seminare il terrore generale con una campagna di violenza senza quartiere.
Il secondo scopo: i giornalisti di Gaza sono palestinesi. Raccontare ciò che accade rappresenta, per loro, non soltanto una scelta professionale, ma una forma di resistenza affidata alla testimonianza diretta, alle immagini e alle parole. Israele intende piegare anche questa resistenza, con l’obiettivo di produrre nella popolazione un senso di desolante impotenza e di totale abbandono, di assenza radicale di valore.
Nel mio libro spiego che la decisione di Israele di impedire l’accesso a Gaza alla stampa internazionale / occidentale va letta come l’espediente per evitare dei morti di fronte ai quali i loro governi insorgerebbero. Oggi, invece, stanno tutti zitti.
Sostenere che Israele impedisce l’accesso alla stampa internazionale per evitare che veda e racconti ciò che accade nella Striscia equivale a dire – senza dirlo – che dei giornalisti palestinesi non ci fidiamo. Sono due anni che il mondo vede ciò che accade a Gaza e non ha fatto nulla per fermarlo. Attende i reporter occidentali per farlo?
In memoria di Mariam Abu Daqa (freelance), Hossam al-Masri (Reuters), Mohammed Salama (Al Jazeera) e Moaz Abu Taha (NBC), uccisi nell’attacco del 25 agosto 2025 a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, insieme ai soccorritori e ad altri civili.
(gianluca grossi)
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When Journalists Become Targets