"La vita è obbligatoria"

© 2018 FdR

A Kabul si acquistano libri fotocopiati dagli originali e rilegati con un po' di colla. Attendono dentro i cortili delle case. Nascosti come la verità.

Disse un giorno Habib, che in Afghanistan è nato: “La vita è obbligatoria”. Anche questa frase cela la verità, più di una.

Una è questa: la maggior parte delle cose che ti capitano nella vita non dipendono da te.

Habib era un amico, lo resta, ma non lo trovo più: dove è finito?

Samer, un altro amico. Disse un giorno che non se ne sarebbe mai andato dall'Afghanistan.

Non voleva sbarcare finendo fra le braccia di una pensionata svedese giunta (in militante comitiva) su una spiaggia del Mediterraneo con addosso un giubbotto fosforescente arancione. O costretto a sorridere mentre una bionda olandese presente sulla stessa spiaggia per aiutare (per solidarietà: "I want to show my solidarity") lo costringeva a un selfie (+ sorriso) da postare sui social e portare a casa. Si capisce: in Olanda.

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Samer aveva visto le immagini su internet e non gli andava di essere afferrato da una sconosciuta che gli avrebbe urlato nelle orecchie: "Welcome!".

Era un uomo riservato. Raffinato.

Il destino di chi lascia, di chi migra, è questo: finire da qualche parte. Non soltanto geograficamente.

L'accoglienza, così come il suo contrario: il rifiuto, sono una forma (nemmeno tanto diversa) di appropriazione della vita altrui.

Samer l'afgano, ancora: "Che ti accolgano o che ti respingano, la tua vita sarà in mano a persone che non vorranno mai per davvero conoscere qualcosa di te. Non produrranno in alcuna occasione la minima forma di curiosità nei confronti della tua vita. Basterà loro sapere ciò che (di te) si sono inventate".

(g.g.)